Home » Scuola » Come studiare secondo il proprio stile cognitivo?

Come studiare secondo il proprio stile cognitivo?

Come studiare secondo il proprio stile cognitivo?

Negli ultimi decenni, il panorama educativo è stato dominato dall’idea che ogni studente possieda un “canale” preferenziale per apprendere: visivo, uditivo, cinestetico o, secondo il noto modello di David Kolb, stili come il divergente o il convergente.

Questa teoria suggerisce che lo studio sia efficace solo se adattato allo stile specifico del singolo.

👉 Tuttavia, la ricerca psicologica e neuroscientifica degli ultimi vent’anni ha smantellato questa visione, definendola spesso un vero e proprio “neuromito”.

Oltre il Mito degli Stili Cognitivi

Perché siamo ancora incastrati (o “ci incastrano” ) negli “stili”?

Nonostante la ricerca scientifica li abbia declassati a “neuromiti”, gli stili cognitivi resistono con la tenacia delle leggende metropolitane. Ecco i motivi meno nobili (ma reali) della loro sopravvivenza:

  • Una risposta semplice ad un problema complesso: Gli stili sono terribilmente intuitivi e facili da digerire. È molto più rassicurante dire “mio figlio è visivo” piuttosto che ammettere che la sua memoria di lavoro è sovraccarica o che non sta facendo abbastanza pratica di recupero. Lo studio è un processo complesso, diventare abili studenti è un percorso in salita, ma necessario. Siamo però nell’era delle risposte facili a problemi complessi, in cui le persone ricercano velocità, soluzioni rapide e rassicuranti, che non “diano altre gatte da pelare”. E dunque, perché non vendergliele? Perché no…
  • La trappola del “mio figlio è unico”: Il modello valorizza le differenze individuali in modo rassicurante. Offre un linguaggio “morbido” che evita di affrontare la realtà: l’apprendimento efficace richiede spesso sforzo, fatica e l’uso di modalità che non ci piacciono affatto.
  • Inerzia formativa: Questi modelli sono stati la colonna portante della formazione insegnanti per decenni. Ammettere che non funzionano significa, per molte istituzioni, riconoscere di aver venduto “aria fritta” per anni.
  • La “profezia” che deresponsabilizza: Se un ragazzo crede di essere solo “cinestetico”, ha la scusa per non studiare la grammatica, che richiede invece noiosa analisi linguistica. Questo crea un circolo vizioso di evitamento che conferma l’incapacità iniziale. E’ davvero ciò che vogliamo per i nostri figli?
  • Marketing e diffusione commerciale: Commercializzati tramite test, corsi e materiali (es. VAK, Kolb LSI), generano profitti per editori e consulenti; promossi in formazione docenti senza rigore scientifico, hanno creato un effetto eco mediatico tra genitori ed educatori.
  • Ritardo di dati Evidence Based: prima degli anni 2000, poche meta-analisi (es. Kratzig 2006) smontavano il mito; persistono come “neuromyth” per mancanza di alternative immediate che siano preferibili dal punto di vista dell’immediatezza e della facilità applicativa.
  • L’estetica della didattica: È molto più “instagrammabile” creare una lezione colorata per i “visivi” che spiegare agli studenti come gestire il carico cognitivo o come fare ripassi distanziati nel tempo. Ed è anche più clickbate spiegare con la scusa dello stile perché tuo figlio non migliora nello studio: nessuno gli ha mai spiegato che ha uno stile cognitivo specifcico! Trovato quello, imparerà tutto nella metà del tempo! Giusto? Eh… no.

In breve, continuiamo a usarli perché è più facile classificare gli studenti in scatole colorate che insegnare loro la flessibilità cognitiva necessaria per affrontare la complessità del mondo reale.

Ma… partiamo dalle basi, e seguimi per capire come funzionano (o non funzionano) gli stili cognitivi.

 

Ma cosa sono gli Stili Cognitivi?!

Gli stili più “modaioli”

Ma di cosa parliamo quando parliamo di stili cognitivi?! Vediamo i modelli che nel tempo hanno avuto più successo e che ancora oggi sono a volte presi ad esempio come “strumenti magici” per trasformare l’apprendimento da inefficace a inarrestabile.

  1. Il modello di Kolb

Il modello di David Kolb descrive l’apprendimento come un processo ciclico che trasforma l’esperienza in conoscenza attraverso due dimensioni: come percepiamo l’informazione (tra esperienza concreta e astrazione) e come la elaboriamo (tra osservazione e sperimentazione). Fin qui la riflessione è assolutamente interessante!

Dall’incrocio di queste preferenze emergono quattro stili — divergente, assimilatore, convergente e accomodatore — che riflettono diversi approcci dominanti, come la creatività, la logica teorica o il pragmatismo.

Tuttavia, la ricerca moderna suggerisce di non usare questi stili come modalità fisse, poiché le preferenze variano con l’età e la competenza.

David Kolb non intendeva i suoi 4 stili come metodi esclusivi o rigidi per studio/insegnamento, ma come propensioni individuali all’interno di un ciclo esperienziale dinamico e completo.  Il valore attuale del modello risiede nel “ciclo di Kolb”, che invita a passare sempre per le fasi di esperienza, riflessione, concettualizzazione e applicazione.

 

  1. ll modello VARK

l modello VARK, acronimo di Visual, Aural, Read/Write e Kinesthetic, classifica gli studenti in base al canale sensoriale preferito per l’acquisizione delle informazioni.

Chi ha una preferenza visiva predilige mappe e diagrammi, l’uditivo apprende meglio tramite l’ascolto e la discussione, chi sceglie lettura/scrittura si affida a testi e note, mentre il cinestetico necessita di pratica ed esperienza diretta.

Nonostante la sua enorme popolarità, la ricerca scientifica lo considera oggi un “neuromito”: non esistono prove (nonostante gli studi fatti per ricercarle) che apprendere seguendo il canale sensoriale preferito migliori i risultati (cosiddetta meshing hypothesis).

 

Il crollo della “Meshing Hypothesis”

La critica più severa mossa dalla comunità scientifica riguarda la cosiddetta meshing hypothesis: l’ipotesi che incrociare il metodo di studio o insegnamento con lo stile dello studente produca risultati migliori.

Una revisione sistematica fondamentale condotta da Pashler et al. (2008) ha dimostrato che non esistono prove solide a sostegno di questa tesi. Al contrario, ciò che determina l’efficacia del metodo non è la preferenza dello studente, ma la natura del contenuto stesso: tra poco vediamo bene cosa significa e quali implicazioni ha per i progetti sullo studio che si basano sugli stili cognitivi.

 

L’Inconsistenza Scientifica degli Stili Cognitivi: perché Adattare lo Stile non Funziona

Nonostante quindi il fascino intuitivo degli stili cognitivi, la ricerca pedagogica contemporanea ha evidenziato falle significative nella sua applicazione pratica, in particolare per quanto riguarda la personalizzazione dell’insegnamento e dell’apprendimento.

Infatti, revisioni sistematiche della letteratura hanno dimostrato che:

  • Assenza di prove: Non esistono evidenze solide che l’insegnamento “su misura” dello stile preferito migliori effettivamente l’apprendimento.
  • Primato del contenuto: L’efficacia di una lezione dipende dalla natura del compito e del contenuto, non dalle preferenze del discente.
  • Vincoli disciplinari: Alcune materie impongono modalità cognitive specifiche che non possono essere ignorate. Ad esempio, la geometria necessita intrinsecamente di visualizzazione spaziale, mentre la grammatica richiede un’analisi linguistica e logica.

 

 

Le evidenze del fallimento: cosa dicono i dati

Il passaggio dalla teoria alla pratica ha rivelato crepe profonde nel modello degli stili.

Lo studio di Kratzig e Arbuthnott (2006) ha dimostrato che le preferenze percettive auto-dichiarate non correlano con le reali performance mnemoniche: chi si definisce “cinestetico” può paradossalmente ottenere punteggi migliori in test visivi, suggerendo che lo “stile” sia solo una credenza soggettiva priva di riscontro oggettivo.

In una prospettiva più ampia, Gagné e Briggs (1990) hanno evidenziato che l’apprendimento non dipende dallo studente, ma dalla categoria di competenza da acquisire: ogni contenuto (dalle abilità motorie alle strategie cognitive) impone le proprie condizioni d’istruzione, rendendo il “matching” con lo stile del singolo non solo inutile, ma tecnicamente scorretto.

Infine, Lilienfeld et al. (2010) hanno inserito gli stili di apprendimento nel novero dei “neuromiti” della psicologia clinica ed educativa, denunciando la mancanza di prove empiriche e avvertendo che l’aderenza a queste pseudoscienze limita lo sviluppo di pratiche didattiche realmente efficaci basate sulle evidenze. Si tratta di un lavoro che ha avuto ampia visibilità, e che ad oggi ha già 15 anni. Quindici anni e sentiamo ancora parlare di stili cognitivi come bacchetta magica per lo studio…

 

La debolezza dei Test sugli stili: perché i questionari sono inattendibili.

L’utilizzo dei questionari di autovalutazione (come il Barsch Learning Style Inventory o il LSI di Kolb) si scontra con limiti metodologici insuperabili che ne vanificano l’utilità clinica e didattica.

Lo studio di Kratzig e Arbuthnott (2006) ha dimostrato che le stesse risposte fornite dagli studenti non riflettono reali capacità di elaborazione, ma semplici credenze metacognitive e preferenze soggettive che non predicono affatto la performance oggettiva. Questa discrepanza evidenzia come gli strumenti di self-report manchino di validità empirica, poiché i soggetti tendono a basarsi su ricordi e idee generali piuttosto che su esempi specifici di recupero dell’informazione.

Insomma, quello che ti piace non è quello che ti serve: se un ragazzo si dichiara “uditivo” (impara ascoltando), non è detto che ottenga risultati migliori nei test pratici. Spesso rispondiamo ai test in base a come ci piacerebbe essere o a semplici abitudini, ma la nostra mente può funzionare in modo totalmente diverso quando deve ricordare davvero qualcosa.

Il problema non risiede solo nella percezione dello studente, ma nella struttura stessa dell’istruzione: come chiarito da Gagné e Briggs (1990), l’apprendimento efficace è guidato dalle “condizioni interne ed esterne” specifiche per ogni categoria di contenuto (dalle abilità intellettuali alle strategie cognitive), non dalla coerenza con una presunta etichetta sensoriale emersa da un test.

In questo contesto, Lilienfeld et al. (2010) avvertono che affidarsi a tali questionari significa alimentare una “pseudoscienza educativa” (fortino eh come giudizio…), in cui il matching tra metodo e stile diventa una pratica priva di risultati misurabili, spesso utilizzata come scorciatoia per evitare l’analisi dei reali processi cognitivi universali come la memoria di lavoro o la rievocazione attiva.

👉 Usarli è una tentazione forte perché è facile dare la colpa allo “stile sbagliato” se un ragazzo non impara, invece di affrontare i veri problemi: ad esempio, se il carico di informazioni è troppo alto per la sua memoria o se non si sta allenando a rievocare senza guardare.

In definitiva, se compili un questionario che ti dice se sei “visivo” o “uditivo”, sappi che il risultato si basa solo su quello che tu pensi di te stesso, non su come funziona davvero il tuo cervello.

Certo, ci piace tanto quando nostro figlio viene sottoposto a “test” per analizzare il suo personalissimo stile e modo di apprendere. Ci sembra che si tratti di un’analisi professionale, competente e valida, mentre si tratta spesso di strumenti “specchietto per le allodole”, che offrono solo una parvenza di utilità.

 

Perché la Scienza dell’Apprendimento sta Cambiando Rotta

Cosa funziona davvero: dai “metodi preferiti” alle “strategie efficaci”

Se gli stili cognitivi non sono una bussola affidabile , la ricerca moderna ci offre una mappa molto più precisa basata su processi universali. Ecco come trasformare la teoria in pratica quotidiana:

  1. Gestire il Carico Cognitivo (Meno è Meglio)

La memoria di lavoro è un “imbuto” stretto: se versi troppa acqua tutta insieme, trabocca.

  • Il principio: L’apprendimento avviene solo se non sovraccarichiamo la mente con informazioni lineari infinite.
  • In pratica: Evita di sottolineare ogni riga o di usare tremila colori diversi (che distraggono e basta). Scomponi i testi complessi in piccoli blocchi. Prima di passare al paragrafo successivo, assicurati che quello precedente sia “solido” (sforzati di ricordare senza guardare!).
  1. Pratica di Recupero (La fatica di “estrarre”)

Studiare non significa far scivolare gli occhi sulle pagine (input), ma sforzarsi di tirare fuori le informazioni dalla testa (output).

  • Il principio: La memoria si fortifica quando “fatica” a ricordare, non quando rilegge passivamente.
  • In pratica: Chiudi il libro e prova a spiegare a voce alta o a scrivere su un foglio bianco tutto ciò che ricordi. Se riesci a farlo senza sbirciare, allora (e solo allora) hai imparato. Spoiler: Sì, è faticoso, ma è l’unico modo per non dimenticare tutto dopo due ore.
  1. Difficoltà Desiderabili (Se è facile, non stai imparando)

Esiste una “falsa sensazione di competenza” che ci inganna: quando leggiamo qualcosa di chiaro, pensiamo di averlo anche acquisito.

  • Il principio: Un certo grado di sforzo è il segnale che il cervello sta ristrutturando le informazioni in modo profondo.
  • In pratica: Invece di fare dieci esercizi tutti uguali di fila, mescola gli argomenti (interleaving). Invece di studiare tutto il giorno prima dell’interrogazione, distribuisci lo studio in sessioni brevi distanziate nel tempo (spaced practice). La fatica che provi è il “dolore della crescita” dei tuoi neuroni.
  1. Dual Coding (Vedere e Leggere insieme)

Non usiamo immagini perché siamo “visivi” (non crederai a quante volte lo sento ancora), ma perché il cervello ha due canali di ingresso che lavorano meglio in coppia.

  • Il principio: Associare una spiegazione verbale a una rappresentazione visiva crea una traccia mnemonica doppia e molto più resistente.
  • In pratica: Non limitarti a leggere il testo. Crea mappe, diagrammi o semplici schizzi che traducano i concetti in immagini logiche. Attenzione: Non devono essere “belle” o decorative, devono “spiegare” il concetto. Il tempo che perdi a pensare a “come disegnare” quel legame chimico è tempo in cui stai effettivamente ragionando e memorizzando.

 

Conclusione

L’obiettivo di un metodo di studio realistico non deve essere la ricerca della “scorciatoia” basata sulla preferenza soggettiva, ma lo sviluppo di un repertorio ampio di strategie. Gli studenti più forti non sono quelli che hanno trovato il loro stile, ma quelli che sanno adattare la propria fatica cognitiva alla complessità del compito.

E anche quelli che non si fanno ingannare da chi promette miracoli con “gli stili cognitivi”😂😜

 

Riferimenti Bibliografici Essenziali

Kratzig e Arbuthnott (2006)

Titolo completo: “Perceptual Learning Style and Learning Proficiency: A Test of the Hypothesis From the Learning Styles Hypothesis”.

Link PDF gratuitohttp://medsci.indiana.edu/c602web/tbl/reading/Kratzig_learningstyles_edpsych_2006.pdf

Gagné e Briggs (1990) – con Wager

Titolo: “Principles of Instructional Design” (4ª edizione, spesso citata come Gagné, Briggs & Wager).

Link PDFhttps://hcs64.com/files/Principles%20of%20instructional%20design.pdf

Altra versionehttps://pdfcoffee.com/gagne-r-briggs-l-wager-w-principles-of-instructional-design-4-pdf-free.html

Nota: È un libro, non un articolo; edizioni successive includono Wager.

Lilienfeld et al. (2010)

Titolo: “50 Great Myths of Popular Psychology: Shattering Widespread Misconceptions about Human Behavior” (capitolo su neuromyths, inclusi learning styles).

Riferimento nel contesto: Citato in https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6112650/ (che lo discute estensivamente)

Estratto/Discussione: Il capitolo specifico è parte del libro; PDF completi sono spesso dietro paywall (es. Wiley), ma citazioni dettagliate in https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6112650/.

 

 

Ti è piaciuto l'articolo. Consiglialo ai tuoi amici!

Facebook
Twitter
LinkedIn
pexels-energepiccom-313690

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Come studiare secondo il proprio stile cognitivo?

Come si prendono appunti efficaci?

Come e perchè studiare d’estate

Categorie

I corsi di StudiAMOre

In partenza!

2 marzo 2026

Campus Online

8 settimane insieme, workshop interattivi in piccolo gruppo direttamente con Sara Dal Cin, laboratori pratici con tutor. Assistenza per un intero anno scolastico.

Solo 2 edizioni l’anno.

StarterKiT StudiAMOre

La Tecnica per tuo figlio, la Strategia per te genitore

Mini Corsi

Corsi brevi, focalizzati su un problema o abilità specifica alla volta.

StudiAMOre EVOLUTION

Tutto il Metodo in Pratica